L’ingarbugliata operazione messa in atto ai danni degli operatori di Emergency ha coinciso con l’ennesima strage di innocenti in seguito ad un nuovo errore dei militari della Nato che hanno sparato contro un autobus a Kandahar uccidendo quattro civili, tra cui una donna e un bambino. Non esiste ovviamente alcun nesso tra i due fatti, ma insieme e accompagnati da altri fenomeni incresciosi fanno emergere un clima, indicano sintomi patologici di una situazione ormai ingovernabile.
Sorprende intanto l’illogicità di volersi sbarazzare di una organizzazione umanitaria, che nel corso degli anni ha salvato la vita a migliaia e migliaia di persone, mentre in Afghanistan, a testimonianza degli stessi principali protagonisti, la Nato, l’Isaf e il governo di Karzai, c’è da combattere ben altri mali, dal gigantesco traffico degli stupefacenti alla corruzione, dal malgoverno al terrorismo. Ed è ancora più sorprendente che gli alti esponenti del governo di Roma, invece di dar retta perlomeno ai “servizi” italiani, che nell’operazione anti-Emergency sentono puzza di bruciato, uniscano la loro voce a quella degli avversari dell’organizzazione umanitaria italiana, enfatizzando sospetti e ingigantendo accuse ancora da verificare.
Certo, Emergency e il suo fondatore Gino Strada non amano la guerra, la criticano e la ripudiano, ma da qui a volerli cacciare dall’Afghanistan come fossero l’unico impedimento alla pacificazione, da qui a vedere in Gino Strada e nei suoi collaboratori persone colluse con i Talibani e persino la mente dei futuri attentati, il cammino è davvero lungo, se non impraticabile.
Ma, come dicevamo, anche questo è il sintomo di un conflitto senza sbocchi. E ancora più precisamente, indica lo scollamento di una strategia che non riesce a coordinare i suoi atti e comportamenti. L’America invia altri 30 mila soldati, ma intende uscire dall’Afghanistan entro il luglio del prossimo anno, anche se è consapevole che ciò non sarà possibile. Il presidente afgano Hamid Karzai critica la Nato e tratta sottobanco con i Talibani nella speranza di uscire indenne dalla progressiva avanzata dei ribelli e gli alleati degli Stati Uniti, Italia compresa, continuano a far finta di contribuire alla “ricostruzione” dell’Afghanistan, mentre sono coinvolti in una guerra senza fine e senza strategia.
In questo caos, a prevalere è invece la vendetta di uno oscuro burocrate afgano, Mangal, il governatore di Helmand, che vede in Gino Strada il nemico da abbattere e trova in Karzai, forse nel vertice della Nato, sicuramente qualcun che in Italia vede il pacifismo come una “vergogna”, alleati fidati per distogliere l’attenzione dalla vera tragedia afgana.
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Sottotitolo: “il romanzo dello shahid”. Il termine arabo “shahid” significa, letteralmente, “testimone” ma, per estensione, “shahid” è colui che combatte la jihad, guerra santa musulmana e, quindi, una persona che arriva a sacrificare anche la propria vita in nome della fede.
Lo shahid del libro di Zarmandili, di cui, nell’arco della storia, non viene mai proferito il nome, è un giovane che ha accettato di indossare una cintura esplosiva e di farsi saltare in aria per colpire spietatamente il “cuore del Nemico”. Il piano terroristico è orchestrato da persone molto importanti che conosce appena. Sa solo qual è il suo compito: obbedire a quanto gli viene comandato, raggiungere il luogo prestabilito e mettere fine alla sua esistenza e, con essa, al senso di solitudine e di inadeguatezza che lo tormenta da tempo. Esattamente da quando la sua famiglia e la sua casa in Afghanistan sono state distrutte da un bombardamento aereo. Lui, lo shahid, è l’unico sopravvissuto. Era solo un bambino al tempo, si era nascosto in un tubo di cemento e, dopo l’esplosione, si era ritrovato solo e muto. Accolto prima in un campo profughi e arruolato poco dopo per la jihad poiché taciturno, serio ed affidabile.
Si deve attendere che i tempi siano maturi, quindi lo shahid viene lasciato, come una cellula dormiente, su una anonima e minuscola isola italiana in attesa di essere trasferito nel luogo dell’attentato. L’isola è tranquilla, abitata da pochi pescatori, ma anche da Anna e Sebastiano. Non sono padre e figlia, ma è come se lo fossero. Accolgono lo straniero nella loro locanda. Hanno lingue diverse ma per Anna non è un problema. Quel giovane introverso e dai modi gentili l’affascina da subito. Nasce così l’amore. Il mite shahid, che nella sua vita non ha mai osato sfiorare una donna, prova emozioni e sentimenti sconosciuti. Ama Anna. Sa che l’amerà per sempre, sa che quella ragazza bella a bruna lo farà sentire più forte e pronto a portare a termine la sua missione suicida.
Anna presto prende coscienza di quale sia la ragione per cui il ragazzo che ama è arrivato sull’isola. E agisce affinché lui non venga allontanato da lei, diventando così l’eroina della storia.
Il cuore del romanzo è, indubbiamente, la storia d’amore. Quella misteriosa forza che avvicina creature apparentemente tanto distanti. Figli di culture diverse Anna e lo shahid, eppure avvicinati da solitudini parallele. Non sanno parlare una lingua comune, ma scoprono di appartenersi comunque.
Zarmandili ha voluto però anche introdurci nell’anima di in un mondo che pensiamo di conoscere ma di cui, probabilmente, sappiamo pochissimo. Lo shahid è un ragazzo tormentato e vittima. Non ha mai superato lo choc della morte della sua famiglia ed è stato facilmente coinvolto in un progetto di morte. E’ un giovane malato, la sua psiche e la sua anima sono state guastate da una guerra e dalla sua brutalità. Eppure, nel mondo da cui proviene, nessuno considera queste delle malattie. Sono eventi della vita del tutto normali perché talmente comuni e diffusi da apparire logici.
Nella storia c’è anche spazio per l’azione e l’intrigo. Una porzione minima e probabilmente funzionale alla vicenda.
La scrittura di Zarmandili è lineare e aperta. Un libro chiaro e comprensibile. Narrativa pura, nessun preziosismo particolare, nessun eccesso. Un linguaggio sobrio che conosce la misura delle parole e la loro essenzialità
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Il cuore del nemico
Autore: Zarmandili, Bijan
Editore: Cooper
Luogo di edizione: Roma
Anno: 2009
Recensione:
Difficile scrivere dell’ultimo romanzo di Bijian Zarmandili, autore iraniano da anni residente in Italia. E’ un testo che accanto a squarci inattesi di speranza e di vita affianca solitudine e disperazione, su uno sfondo che, sebbene finzionale, riecheggia rapporti di politica internazionale di grande attualità.
La storia si suddivide in due ambientazioni antitetiche l’una all’altra, la prima nella immaginaria città di Katapolis, in Oriente, e la seconda in un’anonima isola italiana, abitata da pochi pescatori. In mezzo, un personaggio senza nome, lo shahid, colui che viene arruolato per condurre la jihad contro il Nemico.
Con simili premesse ci si aspetterebbe il “solito” romanzo che cavalca la retorica tanto inflazionata quanto deleteria dello scontro di civiltà, con il rischio di una indigestione di stereotipi, spesso inferiorizzanti nei confronti di tutto ciò che non è Occidente.
Invece la questione è molto più complessa e Zarmandili ci aiuta a guardarla dall’interno, illustrando in modo efficace situazioni e sfumature. C’è una storia d’amore, tanto surreale quanto profonda, tra Anna, una giovane isolana e lo straniero che arriva sull’isola, in attesa di ordini per compiere la missione suicida. Una storia d’amore che si srotola nella totale assenza di comunicazione verbale, dal momento che non esiste un codice linguistico comune tra i due giovani, che, però, superano le barriere tradizionali della comunicazione capendosi da subito.
Si tratta di due solitudini che si incontrano: quella di Anna, rimasta precocemente senza genitori, e quella dello straniero, lo shahid. Zarmandili riesce a mostrare al lettore che cosa si può celare dietro una persona a tal punto segnata dalla vita da divenire oggetto manovrato da altri, che perseguono i loro materialissimi scopi strumentalizzando la religione e le persone che non hanno più nulla da perdere, come appunto il protagonista di questo romanzo. Non vi è rabbia in lui, solo rassegnazione, amarezza e la consapevolezza di aver perso tutto, anche il nome, che non viene mai pronunciato. Vi sono squarci nel testo in cui il lettore si affaccia sulla vita di ragazzi in Afghanistan che giocano a pallone su un campo sterrato e che poi le bombe piovute dal cielo cancellano. Dopo quel fatto, lo shahid non ha parlato per giorni, è finito in un campo profughi dove è iniziato il suo addestramento contro il Nemico. Ricorda il bambino in Terra e cenere di Atiq Rahimi che nei bombardamenti in Afghanistan ha perduto, oltre che la famiglia, anche l’udito. Anche se può sembrare un automa disumanizzato – perché chiunque con esperienze simili alle spalle rischierebbe di smarrire la propria umanità – tuttavia scopre, sull’isola, lo struggente desiderio di una relazione, di essere ancora importante per qualcuno.
Il romanzo raffigura, in un certo senso, il percorso di quest’uomo, la cui infanzia (o, meglio, la fine dell’infanzia) riaffiora per flashback. Un ragazzo come tanti altri, all’inizio, a cui la guerra ha portato via tutto, anche la voglia di vivere. I fili della sua esistenza, come quella di molti altri dannati della terra, sono mossi da altolocati personaggi avidi e spietati. Il romanzo mostra la complessità e la stratificazione di ragioni e interessi che muovono i governanti ed i militari di Katapolis, nella sua guerra di fatto praticata contro il Nemico ma ufficialmente biasimata e condannata.
Il rapporto con il Nemico è più articolato di quanto sembri, si fonda su esigenze di rivendicazione dei torti subiti da secoli, ma anche sull’invidia di non possedere quanto il Nemico possiede. L’obiettivo, come in maniera molto lucida affermerà un personaggio in chiusura di romanzo, non è sopprimere il Nemico, ma inglobarlo, appropriarsi del suo sistema:
“Sto solo cercando di dirle che bisogna intedersi sul modo di colpire il cuore del Nemico: quello che regola e gestisce le menti di milioni di persone, che li induce a comportarsi in questa o in quella maniera, che indirizza desideri e aspettative, che unisce, controlla e manipola una molteplicità di popoli e nazioni, compresi i suoi e i miei. Del resto, lei, io, non abbiamo un sistema, un modello alternativo al nostro Nemico. Alziamo la bandiera della religione, ma sappiamo che governiamo e governeremo l’economia, la finanza, le ricchezze delle nostre nazioni con lo stesso modello e con lo stesso sistema di coloro che vogliamo combattere. Siamo simili al Nemico.” (p.249).
Il desiderio di potere e di controllo di beni e persone non sembra avere un colore della pelle diverso, e le scuse di matrice religiosa o culturalista restano, appunto, delle giustificazioni necessarie a coprire ben altre ragioni.
Autore della recensione: Silvia Camilotti .
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Ancora una donna uccisa, una giovane di 27 anni, Leila Zeirai. E ci sono state altre due vittime nel corso degli scontri nelle città iraniane, una a Teheran e l’ultima a Shiraz. Si tratta probabilmente di un bilancio provvisorio, ma già assai eloquente. E’ tragico infatti che siano sempre più donne a venire trucidate dal regime. Sono loro il bersaglio più odiato, più esposto. Il regime non tollera la straordinaria e drammatica evoluzione della società femminile dell’Iran e sembra sia terrorizzato da tale evento. Quindi, uccide sempre più donne e forse sarà proprio questa sua barbarie incontenibile contro le donne che determinerà la sua disfatta.
Non a caso è stato consumata ieri nella piazza Azadi della capitale, dove la retorica del regime ha celebrato l’anniversario della rivoluzione khomeinista, la disfatta di un altro pezzo del potere di Khamenei-Ahmadinejad. I due avrebbero voluto una dimostrazione plateale della propria capacità di controllo del paese per poter dire al mondo che l’opposizione è in ginocchio, ma sono rimasti rabbiosamente delusi. La capitale, come quasi la totalità degli altri centri, ha reagito nonostante gli arresti preventivi e malgrado la messa in moto della macchina repressiva. Ciò che resta della celebrazione dell’11 febbraio 2010 non sarà certo il raduno ufficiale, ma la morte di Leila, le immagini di Khamenei e di Khomeini strappate, il grido di “morte alla dittatura”.
Vale la pena tuttavia riflettere su alcune parole dette da Ahmadinejad dal palco della piazza. Ha vantato di poter arricchire l’uranio al 20 per cento, ha minacciato Israele, ha attaccato Obama e ha promesso di annientare chi si azzarda a fare guerra all’Iran. E dalla piazza qualcuno ha gridato qualche slogan anche contro la Russia e ciò ha dimostrato la gravità della crisi dei rapporti tra Mosca e Teheran da quando i russi si sono allineati con gli occidentali sulle sanzioni contro l’Iran. Ahmadinejad ha ribadito la tesi del complotto e dell’accerchiamento (ne fa parte ora anche l’Italia), ma il suo appello all’orgoglio nazionalistico è rimasto sterile. Perché era evidente che chi accerchia il regime è soprattutto il movimento di protesta, anziché il nemico esterno. I passi del discorso meno riportati dalle agenzie riguardavano invece l’enfasi sull’unità del popolo a trentun’anni della rivoluzione. La Tv di Stato ha trasmesso l’immagine di Ahmadinejad che, dopo aver elogiato l’unità del popolo, si è messo a sedere sorridente. Poco dopo qualcuno gli ha detto qualcosa all’orecchio e il sorriso è sparito dal suo volto. Chissà, forse lo informavano che il popolo non è affatto unito e che sta protestando a pochi passi dal palco di Piazza Azadi.
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Quale può essere la prospettiva che attende a breve o a media scadenza la Repubblica islamica iraniana? Si ipotizzano per lo meno tre scenari: la normalizzazione, in seguito ad una repressione feroce e capillare che coinvolgerà i leader del movimento di protesta (Moussavi, Karrubi e Khatami); la radicalizzazione del conflitto in corso, che produrrà una rivoluzione strisciante e che progressivamente potrà mettere in crisi il fondamento stesso della Repubblica islamica e infine, le dimissioni alle quali verrà costretto Ahmadinejad come risultato di una mediazione tra le diverse anime del regime e in seguito ad un ulteriore acuirsi delle contraddizioni in seno alle frazioni conservatrici.
Ciascuno dei tre scenari tuttavia presenta qualche anomalia. Un ritorno alla situazione precedente alle contestate elezioni dello scorso giugno sembra davvero irrealistico: non solo perchè nel corso degli ultimi mesi il movimento verde ha mostrato una capacità inaspettata di resistenza e di crescita, ma soprattutto perchè le lacerazioni che tale conflitto ha prodotto sono orami insanabili (la Guida della rivoluzione, Ali Khamenei, è isolata nella gerarchia sciita; Ahmadinejad è contestato da diversi esponenti di rilievo dei conservatori e mai i due pilastri delle forze di sicurezza, i Pasdaran e i Basiji, sono stati così odiati dalla popolazione).
Anche l’uscita del movimento verde dal recinto del sistema e la messa in discussione della Repubblica islamica ha bisogno di tempi assai più lunghi: la base del movimento risulta per ora impreparata a tale eventualità, il movimento è tuttora è controllato dall’ala riformista del regime e il movimento non ha ancora espresso una leadership prestigiosa e condivisa al di fuori dagli attuali dirigenti.
Poi la prospettiva di una mediazione che porterà alle dimissioni del governo di Ahmadinejad: anche qui i tempi sembrano prematuri. Innanzitutto a causa dell’assenza di uno spazio politico dove le parti in conflitto possano dialogare (lo potrà creare Hashemi Rafsangiani, l’unico politico iraniano potenzialmente capace di svolgere il ruolo di mediatore, ma lui da tempo è considerato il più pericoloso avversario di Khamenei e di Ahmadinejad e rischia la stessa sorte riservata ai capi dell’opposizione).
L’ultima ipotesi, le dimissioni di Ahmadinejad, potrebbe avere una chance maggiore rispetto alle altre due, ma sarà realizzabile soltanto in seguito ad un ampliamento del movimento di protesta, con il coinvolgimento degli altri strati sociali fin qui rimasti fuori dall’aspra e violenta dialettica politica e sociale (una sorta di maggioranza silenziosa, occupata e preoccupata fin qui dai risvolti economici e pratici della crisi).
In questi giorni la stampa locale fornisce molte notizie circa le proteste, gli scioperi e le manifestazioni dentro e fuori fabbriche e enti pubblici a Teheran, Ahvaz, Shiraz, Abadan (città del sud e uno dei centri più importanti dell’industria petrolifera iraniana) e a Bandar Abbas (il più grande porto iraniano sul Golfo persico). Ovunque operai e impiegati sono in agitazione perchè non ricevono salari e stipendi da diversi mesi. Il Comitato di sicurezza iraniano afferma la possibilità di un ulteriore ampliamento delle proteste dei lavoratori nei prossimi mesi e tutte le fonti indipendenti parlano di un progressivo impoverimento della popolazione a causa delle errate politiche economiche del governo e della sanzione economica a cui è condannata la Repubblica islamica.
Una prospettiva più realistica potrà essere quindi una progressiva perdita di credibilità dell’Esecutivo di Ahmadinejad anche presso la classi e i ceti più deboli della società, circostanza che provocherebbe la sua caduta. Ma non è esclusa neppure una saldatura tra il movimento verde e quello che si sta sviluppando tra i lavoratori: soltanto a quel punto si potrà parlare di una situazione esplosiva e di una vera svolta.
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Tra scontri, provocazioni, ipocrite condoglianze, ma anche con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone comuni, è stato sepolto l’ayatollah Ali Hussein Montazeri nel cimitero vicino al mausoleo della Santa Masumè nella città di Qom. L’ayatollah Montazeri, che avrebbe dovuto succedere a Khomeini, ma defenestrato quando il fondatore della Repubblica islamica era in vita, è stato il più autorevole e il più costante critico delle degenerazioni della rivoluzione del 1979 in Iran e per la sua tenace opposizione ha pagato prezzi altissimi fino all’ultimo istante della vita, morendo a 87 anni costretto agli arresti domiciliari che duravano da sei anni per ordine del leader supremo Ali Khamenei.
Definire l’ayatollah Montazeri la coscienza critica del regime khomeinista non sarebbe infatti un azzardo retorico: di lui si ricorda l’ opposizione alle migliaia di condanne a morte emesse dai tribunali rivoluzionari agli albori del regime khomeinista, la denuncia dell’introduzione di Velayate-e-Faghih nella Costituzione che concede il diritto di veto a tutti livelli della vita politica del paese al capo supremo del regime, la critica alle strategie affrettate e avventuristiche nel corso della guerra contro gli iracheni e la sua indignazione quando l’eredità della rivoluzione è stata consegnata nelle mani inesperte di Ali Khamenei dopo la morte di Khomeini. La sua voce critica si è sentita altissima fino a pochi giorni prima della morte, quando ha denunciato la barbara repressione messa in atto da Khamenei, dai Pasdaran e da Ahmadinejad contro il movimento verde nato all’indomani delle presidenziali dello scorso giugno.
L’ayatollah Montazeri, quindi, padre nobile, ma anche padre bistrattato, violentemente emarginato e spesso deriso della rivoluzione del ’79, la cui uscita di scena conclude emblematicamente e definitivamente i residui di una rivoluzione islamica che persisteva nella Repubblica degli ayatollah: un processo già da tempo in atto, nel corso del quale progressivamente il regime con forti caratteristiche teocratiche si è mutato in un Stato islamo-militarista.
L’interrogativo che si pone ora, all’indomani della morte dell’ayatollah Montazeri, è in quale direzione si muoverà nei prossimi anni la Repubblica islamica; quale sarà la sorte del giovane movimento di protesta verde che tenacemente resiste e quale sarà il destino del potere concentrato oggi nelle mani di Khamenei, Ahmadinejad e dei Pasdaran?
Intanto, va sottolineato che il peso politico dell’ayatollah Montazeri nella recente e odierna crisi politica in Iran è stato un peso relativo. Nel senso che il vecchio ayatollah esercitava una funzione innanzitutto morale, mentre le linee strategiche su cui si è mosso e si muove il movimento di contestazione erano e sono elaborate altrove, all’interno della tradizione riformista (Khatami) e di quella pragmatica (Rafsangiani), ambedue maturate indipendentemente dalla figura e dall’ opera dell’ayatollah Montazeri. Il che vuol dire che la sua morte lascia orfano il movimento dal punto di vista morale, ma non da quello politico.
Certamente non va sottovalutata la rivalità storica tra Montazeri e Khamenei nel campo degli studi teologici (i titoli accademici e religiosi di Montazeri sono imparagonabili a quelli di Khamenei), ma il problema che si pone ora è se la morte di Montazeri rafforzi la posizione di Khamenei all’interno della gerarchia sciita. Paradossalmente la risposta a tale interrogativo potrebbe essere negativa: in assenza di una figura autorevole nella gerarchia sciita, quale fu l’ayatollah Montazeri, Khamenei verrà identificato ancora più immediatamente come un religioso al servizio dei militari, anziché dell’ “Ommat islam”, il popolo dei musulmani.
Le ultime scelte di Khamenei, il suo appoggio incondizionato a Ahmadinejad, ai Pasdaran, ai picchiatori e torturatori Basiji, le sue minacce ai leader di opposizione e l’avallo che viene dal suo Ufficio nei confronti di chi invoca la fucilazione di Mir Hussein Moussavi e di Mahdi Karrubi e l’arresto di Mohammad Khatami e Hashemi Rafsangiani, hanno notevolmente compromesso il prestigio di Khamenei all’interno degli ambienti, associazioni e circoli religiosi.
La figura compromessa di Khamenei all’interno della gerarchia sciita è il punto nevralgico intorno al quale potrà prodursi in futuro una evoluzione della Repubblica islamica. L’ambiguità della funzione della Guida della rivoluzione (Khamenei) avrà in modo irreversibile delle ripercussioni negative sia sull’Esecutivo (Ahmadinejad) che sul corpo dei Pasdaran. La debolezza di Khamenei potrà provocare una fragilità strutturale dello stesso regime con delle conseguenze drammatiche: la tentazione di una repressione ancora più radicale (Tienanmen?, ma la Repubblica islamica iraniana non è la Repubblica popolare cinese), oppure una seconda rivoluzione, che questa volta rischierà di trasformarsi, più che altro, in una guerra civile.
Lungo queste strade perigliose cammina da sette mesi il movimento d’opposizione verde, un percorso compiuto fin qui con la dovuta cautela, ma anche con alcune incertezze sostanziali. Rimanendo nel recinto del sistema islamico (è fallita la provocazione di strappare le foto di Khomeini nel corso delle manifestazioni in occasione della “Giornata dello studente”, il 7 dicembre) e non esponendosi al pericolo con lo scegliere la prova di forza nelle piazze secondo il calendario degli avvenimenti nazionali e religiosi, è stato fin qui garantita al movimento, non solo la sopravvivenza, ma anche una visibile crescità, grazie anche al pessimo secondo governo di Ahmaedinejad. Ma fino a quale punto l’odierna opposizione resisterà con l’illusione di poter democratizzare il complessivo sistema nato dalla rivoluzione khomeinista quando il vertice di quella rivoluzione è ormai nelle mani dei militari e l’ultimo suo padre nobile è sepolto nella città santa di Qom?
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Il caso dello scrittore Pap Khouma
La società che confonde la vittima con il carnefice rischia il razzismo strutturale.
La notte, dopo aver letto l’articolo che Pap Khouma (sabato 12 dicembre di spalla nella prima pagina de La Repubblica: “Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli”), l’ho sognato che passeggiava per via Mazzini al centro di Milano. Aveva le sembianze di un uomo bianco. Era vestito con un completo di Armani color grigio perla, la camicia rosa sbiadita e la cravatta scozzese, blu, rosso, strisciata di verde. Le scarpe Church erano lucide e mentre camminava si scoprivano appena i calzini di chashmir rosso vermiglio. Gli si avvicinò ad un certo punto un poliziotto e mi ricordo chiaramente che era un uomo di colore. Anche la folla dei curiosi che si era radunata intorno al poliziotto era composta da uomini, donne e bambini di colore: nessun bianco e sembravano tutti a loro agio, trovando assolutamente normale che un uomo bianco fosse trattato da intruso, da uno che può minacciare la tua stabilità e la tua esistenza. Il poliziotto esaminò i documenti di Pap Khouma e con fare sgarbato lo fece salire su una volante della polizia e io lo osservai ancora mentre si allontanava esibendo dalla finestra dell’auto una copia del suo romanzo, “Io, venditore di elefanti”. Ma ho avuto la sensazione che anch’io fossi dentro quell’auto della polizia.
Al mio risveglio ho riflettuto a lungo sul sogno e in un primo momento ho pensato che potrebbe trattarsi di una inconscia identificazione, dal momento che sono un italiano nato a Teheran e che come mestiere faccio il giornalista-scrittore. La prima interpretazione non mi ha convinto però del tutto e allora mi sono persuaso che è stata una delle ultime frasi dell’articolo di Khouma a provocare nel sogno la trasformazione di lui in un bianco e il poliziotto (l’autorità) in un uomo di colore: “Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell’Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi, ma con i controllori come vittime e io come imputato”.
Ecco il vero punto, il razzismo che supera la banalità dell’ignoranza, dell’incultura e rischia di diventare una malattia strutturale della società, una malattia da cui è difficile guarire: quando la vittima si confonde con il carnefice.
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Poiché non ho alcuna competenza in materie che riguardano il culto, non intendo discutere del voto svizzero che proibisce ai musulmani che abitano la terra di calvinisti, luterani e cattolici di costruire i minareti accanto alle chiese cristiane. A quanto pare, non è molto difficile in pieno “scontro di civiltà” imporre la rimozione della memoria storica, culturale e religiosa: basterebbe indire un referendum che sollecita le ataviche fobie, la diffidenza nei confronti del “diverso”; convincersi che il “nuovo arrivato” è un nemico, è un potenziale usurpatore e che può minacciare la purezza delle tue tradizioni e, forse, della tua stessa “razza”. Basterebbe giudicare il colore nero della pelle non compatibile con il “bianco” Natale.
Non ha molta importanza, poi, se ciò accade in un paese, la Svizzera, che fin dal Cinquecento ha ospitato dei “diversi” come Giovanni Calvino, che ha offerto tolleranza o ospitalità a centinaia di migliaia di ebrei, antifascisti e antinazisti, perseguitati nel resto del Vecchio continente. Oppure in un paese, l’Italia, che per anni è stata costretta a mandare altrove i suoi figli per cercare fortuna nel ricordo di Maria e di Giuseppe, anche loro emigrati e costretti a far nascere il proprio figlio in una stalla.
Ma lascio che i dettagli dello scontro tra l’islam e il cristianesimo siano discussi dagli addetti ai lavori, o presunti tali. Vorrei azzardare invece qualche considerazione circa la bellezza architettonica dei minareti.
Se vi capita di visitare Istanbul, non perdete i magnifici minareti della Moschea blu (Moschea Sultan Ahmed), che insieme a migliaia di altri minareti si dirigono verso il cielo e che in alcune ore dell’alba e del tramonto consegnano i vecchi quartieri della città, dominati dal canto dei muazin, alla malinconia della storia del proprio passato.
Le stesse sensazioni si provano a Isfahan, quando viene varcato l’ampio cortile della Moschea Emam (prima della rivoluzione khomeinista si chiamava Moschea Shah), con i suoi due minareti all’ingresso e altri due in prossimità di una imponente cupola azzurra. A Damasco, poi, è il minareto di Gesù ad attribuire prestigio e bellezza alla Moschea Omayyadi, il principale luogo di culto nella capitale siriana.
Certo, si potrebbe dire: lasciate i minareti a Istanbul, Isfahan e Damasco e le cattedrali gotiche e barocche alla Svizzera e all’Italia. Ma siamo sicuri che gli uni siano incompatibili con le altre? Che non ci sia posto per un minareto accanto ad una chiesa? Siamo certi che uno di pelle nera che guarda insieme a te il Presepio nella piazza del tuo quartiere sporchi il “Bianco natale”? Siamo convinti che l’ibrido architettonico, o più in generale, l’ibrido culturale sia brutto, insidioso e minaccioso?
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Il vertice romano della Fao rischia di restare nella memoria dei più come la sede più bizzarra in cui si è parlato della fame nel mondo. Rischia insomma si essere ricordato innanzitutto per la comparsa di un colonnello libico, Muammar Gheddafi, che circondato da cento belle ed educate hostess, ha distribuito loro una banconota da cinquanta euro e una copia del Corano; e di una signora iraniana, Azam el-Sadat Farahi, elegantemente coperta da un chador nero, che ha proposto agli affamati e ai dannati delle terre africane il modello strutturale della Repubblica islamica (digiuno di Ramadan?) per uscire dalla miseria.
Per il resto, nulla, o quasi nulla, a parte quel nobile, ma inutile, gesto del direttore della Fao Jacques Diouf che ha osservato 24 ore di sciopero della fame, imitato per solidarietà dal sindaco di Roma Gianni Alemanno.
E probabilmente non ci si poteva neppure aspettare di più da questo vertice, dal momento che chi avrebbe potuto (dovuto) fare o dire qualcosa di meno retorico e obsoleto sulla tragedia della fame nel mondo era assente, a cominciare da Barak Obama, oppure Nicolas Sarkozy e Angela Merkel.
Non sarebbe però fuori luogo dedicare qualche riflessione di più sulla comparsa inaspettata della Azam Khanum (come è chiamata la signora Azam, la consorte di Mahmud Ahmadinejad in Iran).
In presenza di altre “prime signore” non allineate, venute a Roma per sollecitare la lotta contro la fame, Azam Khanum ha detto alcune cose condivisibili e alcune altre meno. Sulle cause della mancanza del cibo per molte popolazioni certamente è doveroso chiamare in causa, come ha fatto la signora iraniana, le politiche economiche adottate dalle potenze industrializzate, la corsa agli armamenti e le ingiustizie provocate dagli interventi dei grandi monopoli che saccheggiano le risorse, le materie prime e che condizionano la distribuzione dei beni e il commercio mondiale. Nulla da dire neppure sulle lamentele di Azam Khanum per le angherie che la popolazione palestinese di Gaza subisce a causa dell’embargo posto dalle autorità israeliane.
Due sarebbero tuttavia le obiezioni che si possono fare alla consorte di Ahmadinejad: la prima riguarda il ruolo che ha riservato alle donne dei continenti poveri. A suo giudizio, le donne dovrebbero tornare ad occuparsi della famiglia, dei figli e dei mariti, lasciando in pratica che siano gli uomini a procurare il pane (che non si trova). Dimenticando però che questo modello arcaico è stato superato persino nella stessa Repubblica islamica iraniana, dove le donne hanno faticosamente conquistato spazi essenziali nella produzione e nella società e continuano a battersi per avere maggiori diritti e maggiori responsabilità nella gestione complessiva del paese.
Poi una seconda obiezione: Azam Khanun certamente può esprimere il proprio parere su qualsiasi argomento, compreso quello della fame nel mondo. Ma non può fingersi la “prima signora” dell’Iran e parlare in nome di tutte le altre signore del suo paese. E la ragione per cui non le è concesso tale diritto è la non legittimità della carica presidenziale del marito: legittimità contestata da milioni di iraniani che continuano a insistere, a costo di essere malmenati, torturati, stuprati e uccisi, sulla non legalità del voto che ha dato vita alla seconda presidenza di Ahmadinejad. Quindi, va benissimo che Azam Khnum faccia appello per una maggiore giustizia alimentare, basta che non lo faccia da “prima signora” di un paese non allinato.
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Il 9 novembre sono stati celebrati i vent’anni dal crollo del muro di Berlino e basta leggere il numero di Limes, “A est di Berlino”, insieme a diversi articoli e dossier che diversi media hanno dedicato a quel tema per capire le profonde trasformazioni che il mondo ha subito dalla fine del mondo bipolare. Sappiamo inoltre che, demolito il muro di Berlino, nel corso degli anni seguenti si sono alzati altri muri, forse meno famosi e meno simbolici, comunque dei muri, e alcuni carichi di altrettanti significati drammatici come è stato quello tra le due Germanie. E’ certamente tale quello che è stato alzato tra la Cisgiordania e lo Stato palestinese, emblema di uno dei conflitti, quello israelo-palestinese, tra i più insidiosi ereditati dalla fine della seconda guerra mondiale. Oppure il muro elevato contro l’esodo dei poveri dell’America meridionale verso l’America ricca del nord, e da dimenticare è il muro d’ acqua nel Mediterraneo che divide l’Europa opulenta dall’Africa affamata.
Si rischia tuttavia di dimenticare altri muri, magari virtuali, ma non per questo meno significativi: muri tra civiltà, tra religioni, tra culture che si sono alzati negli ultimi vent’anni mutando profondamente l’aspetto geopolitico e geoculturale del mondo post muro di Berlino.
Lo scontro tra le civiltà era stato teorizzato, vi ricordate?, dall’americano Samuel Hungtington e aveva trovato diversi sostenitori un po’ in tutto il mondo occidentale. I blocchi marmorei di questo muro sono stati posati nel corso degli anni dagli strateghi del terrorismo, dagli integralisti religiosi e dal cinici politici dei “mondi contrapposti”, provocando guerre, devastazioni, miseria e morte, ma anche odio.
Nel romanzo “Il cuore del nemico“ racconto ciò che può accadere dietro a quel muro virtuale costruito con l’odio e con la follia, che viene demolito però dall’antica saggezza di un gruppo di uomini e donne che abitano su un’isola incontaminata, forse ignari sia della costruzione del muro di Berlino che del suo crollo: metafora di un mondo senza confini.
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